Drammaturgia: Mariangela Vacanti
Regia: Filippa Ilardo
Con: Ivan Bertolami
Musiche originali eseguite dal vivo: Antonio Smiriglia
Scene: Claudio Castagna
Costumi: Luca Manuli
Disegno luci: Roberto Ragusa
Assistente alla regia: Elisa Di Dio
Produzione: Compagnia dell'Arpa
Con il sudore della fronte è uno spettacolo teatrale che racconta una vera storia di mafia, una storia vissuta in prima persona e portata in scena come atto di testimonianza civile.
Il testo è scritto da Mariangela Vacanti ed è interpretato da Ivan Bertolami, che non recita un personaggio inventato, ma porta in scena se stesso e la propria esperienza reale. Per questo lo spettacolo non è solo teatro, ma anche racconto diretto, memoria e presa di posizione.
La vicenda nasce dal lavoro della famiglia del protagonista, un piccolo negozio portato avanti con fatica e onestà. Quando la famiglia rifiuta di pagare il pizzo, iniziano le intimidazioni: serrature bloccate, minacce, colpi d’arma da fuoco. È il linguaggio della mafia, che cerca di imporre il controllo attraverso la paura.
Da qui il racconto si allarga e diventa una storia collettiva di criminalità organizzata, ricordando nomi e vicende reali di persone uccise o perseguitate perché hanno detto no alla mafia, hanno cercato la verità, hanno difeso il proprio lavoro e la propria dignità. Medici, giornalisti, ragazze giovanissime, professori: vite diverse unite dallo stesso coraggio.
Accanto alla parola recitata, un ruolo centrale è svolto dalle canzoni, che non sono semplici accompagnamenti musicali, ma parte integrante della narrazione. I canti popolari, le musiche e i ritornelli danno voce alla rabbia, al dolore, alla memoria e soprattutto alla resistenza, trasformando il racconto individuale in una voce corale.
Il cuore dello spettacolo è la ribellione alla criminalità e al pizzo. Non una ribellione eroica e solitaria, ma una scelta difficile, fatta insieme ad altri cittadini, associazioni, giovani. I lenzuoli bianchi appesi ai balconi, le fiaccolate, il camminare insieme diventano simboli concreti di una comunità che decide di non piegarsi più.
Nel finale, lo spettacolo afferma con forza che il lavoro onesto non è una colpa, che la paura non deve diventare silenzio e che la libertà si costruisce con il sudore della fronte, ogni giorno, scegliendo da che parte stare.
Lo spettacolo è ambientato a Barcellona Pozzo di Gotto, una città siciliana che tra gli anni Ottanta e Duemila è stata profondamente segnata dalla presenza della mafia. In quegli anni, le strade, i quartieri e i luoghi di lavoro erano attraversati da un clima di paura, fatto di omicidi, intimidazioni, richieste di pizzo e silenzi forzati. Nel racconto emergono alcune storie emblematiche: quella di Graziella Campagna, una ragazza di soli diciassette anni uccisa perché aveva visto qualcosa che non doveva vedere; quella del medico Attilio Manca, la cui morte è avvolta da depistaggi e verità negate; quella del giornalista Beppe Alfano, assassinato perché
raccontava i legami tra criminalità e potere; e quella del professore Adolfo Parmaliana, perseguitato e isolato per le sue denunce. Queste vicende mostrano come la mafia colpisca chi parla, chi lavora onestamente e chi cerca la verità. Allo stesso tempo, lo spettacolo racconta anche la reazione della città: fiaccolate, lenzuoli bianchi appesi alle finestre, associazioni contro il pizzo.
Barcellona Pozzo di Gotto diventa così il simbolo di una comunità che, dopo anni di violenza e silenzio, prova a ribellarsi e a riconquistare dignità e libertà.
Note di regia
La regia di Filippa Ilardo nasce dalla volontà di restare fedele alla verità della storia raccontata.
In scena non c’è finzione: c’è una testimonianza reale, vissuta, attraversata dal corpo e dalla voce di Ivan, che è protagonista della vicenda prima ancora che attore.
Il lavoro registico non cerca effetti spettacolari, ma punta all’essenziale: parole, musica, presenza. Le canzoni diventano il cuore pulsante dello spettacolo, non un semplice accompagname nto, ma uno strumento narrativo e politico. Attraverso il canto, la memoria si fa collettiva, il dolore diventa condivisibile, la rabbia trova forma e la speranza resiste.
Questa regia crede profondamente nel teatro come impegno civile: un luogo in cui le storie vere possono ancora essere ascoltate, in cui la scena diventa spazio di responsabilità, di presa di posizione, di scelta. Raccontare questa storia significa affermare che il teatro può ancora incidere sulla realtà, può accendere domande, può aiutare a cambiare lo sguardo sul mondo.
Non per dare risposte, ma per ricordare che restare umani, dire no, prendere parola, è già un atto rivoluzionario.
2026
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